Le divisioni del giorno

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Nella storia non esiste mai un inizio con la I maiuscola.
Esistono solo sviluppi, incroci, separazioni,
dimenticanze e ritrovamenti.

Jean Bottéro - Specialista della Mesopotamia antica.

Introduzione

Capire perché l'anno abbia circa 365 giorni è relativamente semplice: corrisponde alla rivoluzione terrestre attorno al Sole.

Capire perché il mese abbia 29 o 30 giorni è altrettanto chiaro: è legato al ciclo lunare sinodico, anche se i calendari possono modularlo.

Sappiamo anche che il giorno è legato alla rotazione della Terra su se stessa (che appare come moto del Sole nel cielo).

Ma perché un giorno ha 24 ore, un'ora 60 minuti e un minuto 60 secondi? È lo stesso tipo di domanda che ci siamo posti per la settimana di 7 giorni.

Per rispondere faremo un viaggio storico sulle divisioni del giorno. Senza pretendere un'origine unica e lineare: i passaggi culturali sono complessi, fatti di influenze reciproche, interruzioni e riprese.

Prima, però, fissiamo il senso dei termini che useremo.

Il significato dei termini

Definire i termini ci evita confusione e mostra subito che certe evidenze, in realtà, non sono così ovvie.

Il giorno

A) In questa pagina chiameremo giorno la media degli intervalli tra due albe, due tramonti o due passaggi del Sole al meridiano. È grosso modo il giorno civile (o giorno solare medio, con differenze tecniche).

Per gli astronomi, il giorno solare medio tradizionalmente iniziava a mezzogiorno; nel nostro uso civile moderno inizia a mezzanotte.

Questa unità corrisponde a ciò che i Greci chiamavano nictemeron (notte + giorno).

Per rigore: il giorno solare vero non ha identica durata se lo si misura da alba ad alba, da meridiano a meridiano o da tramonto a tramonto.

Esempio (effemeridi del Bureau des longitudes, 01/08/2003-02/08/2003):

Giorno Alba Passaggio al meridiano Tramonto
01/08/2003 4 h 24 m 52 s 11 h 57 m 01 s 19 h 28 m 17 s
02/08/2003 4 h 26 m 12 s 11 h 56 m 57 s 19 h 26 m 49 s
Durata del giorno 24 h 1 m 20 s 23 h 59 m 56 s 23 h 58 m 32 s

Qui però ci interessa soprattutto un'altra domanda: dire «24 ore» o «due volte 12»?

I quadranti analogici sono a 12 numeri, e nel parlato diciamo ancora spesso «sono le 4 e 20» invece di «16 e 20».

La transizione non fu immediata nemmeno in epoca moderna. Già nel 1898, su La Nature, Henri de Parville ironizzava sul possibile passaggio alla numerazione continua 0-24 ore e sui timori pratici che avrebbe creato.

In Francia la riforma arrivò poi con la legge del 9 marzo 1914, insieme all'adozione del sistema dei fusi e della giornata in 24 ore.

Nel linguaggio comune, però, la doppia scansione 12+12 è rimasta fortissima.

Le definizioni lessicografiche lo mostrano bene:

B) Chiameremo giornata l'intervallo tra alba e tramonto.

C) Chiameremo notte l'intervallo tra tramonto e alba.

In pratica esistono molte soglie intermedie (alba, aurora, crepuscolo, sera, bruna, ecc.). Il confine netto non è sempre naturale.

Dal punto di vista osservativo, un riferimento davvero chiaro è il mezzogiorno vero: il momento in cui l'ombra del gnomone è minima (Sole al meridiano e alla massima altezza del giorno).

Un breve cenno etimologico: «giorno» deriva, attraverso il latino diurnum, da una radice indoeuropea legata all'idea di luce (dei), che ha lasciato tracce in molte parole antiche e moderne.

L'ora

Il termine «ora» ci obbliga a una distinzione fondamentale:

Ma la distinzione storicamente decisiva è un'altra:

Nei paragrafi seguenti vedremo come e perché.

La divisione del giorno in 24 ore

Mesopotamia: prime divisioni

In Mesopotamia (Sumeri e poi Babilonesi) si trovano forme antiche di divisione del giorno in 12 o 24 parti.

Perché 12/24 in una cultura famosa per la base 60?

Perché il 12 aveva un ruolo centrale in molte misure:

E perché lo zodiaco babilonese fu diviso in 12 parti.

Tavoletta (Uruk, ca. 3000 a.C.) che testimonia l'uso di basi diverse da quella vigesimale.
Rif.: ATU 2, tav. W 22 114. Museo Iracheno di Baghdad. Immagine tratta da Histoire universelle des chiffres (G. Ifrah).

Perché proprio il 12? Una spiegazione classica richiama il conteggio sulle falangi con il pollice opposto alle altre dita: 12 unità per mano.

In effetti ne restano tracce pratiche anche moderne (dozzine, confezioni da 12, quadranti a 12).

Ma il giorno babilonese era diviso in 12 o in 24 ore?

Alcune fonti parlano di 12 kaspu uguali (quindi 2 ore moderne ciascuno). Più convincente, però, è l'interpretazione di Gerhard Dohrn-van Rossum:

Sono quindi ore temporali. Le ore diurne e notturne coincidono solo agli equinozi.

Erodoto (II, 109) attribuisce ai Babilonesi l'uso di gnomone e divisione del giorno in 12 parti, il che conferma almeno la centralità della scansione diurna osservativa.

Un altro indizio: testi antichi mostrano spesso 12 ore «di luce» distinte dalla notte.

Egitto: una strada originale

Gli Egizi svilupparono una soluzione originale, concentrandosi anche sulla divisione della notte.

Il riferimento fu il levare eliaco delle stelle.

Ricordo: il levare eliaco è la prima apparizione di una stella all'alba, poco prima che la luce del Sole la cancelli.

Nel sistema decanale egizio (36 decadi da 10 giorni), stelle diverse venivano usate come marcatori notturni in sequenza. Da qui il sistema dei decani.

Schema semplificato:

Decano 1 2 3 4
Ora
1 E1 E2 E3 E4
2 E2 E3 E4 E5
3 E3 E4 E5
4 E4 E5
5 E5

Lettura: se sei nella seconda decade e vedi E4 ma non ancora E5, sei alla terza ora della notte. Il movimento diagonale dei nomi stellari spiega l'espressione «calendario diagonale» (in realtà più una orologeria stellare che un calendario in senso stretto).

In Egitto, nella notte più corta, si potevano distinguere 12 levate rilevanti: da qui la divisione notturna in 12 ore temporali.

Tabelle decanali su sarcofago (detto impropriamente «calendario diagonale»).
Museo del Cairo - Neugebauer/Parker, Egyptian Astronomical Texts I, 1960.

I decani non furono solo strumento temporale: entrarono nei testi religiosi (Libro dei Morti, Libro delle Porte), con una forte valenza simbolica.

Prima ora del Libro delle Porte. È l'inizio del lungo viaggio del dio Sole nella sua barca durante le dodici ore della notte (tomba di Ramses VII).
Prima ora del Libro delle Porte. È l'inizio del lungo viaggio del dio Sole nella sua barca durante le dodici ore della notte (tomba di Ramses VII). © Mutnedjmet / Flickr

Per altre immagini: qui. Copyright «Une promenade égyptienne».

E la giornata diurna?

Una raffigurazione della tomba di Seti I mostra una meridiana con 10 ore tra alba e tramonto, più un'ora di aurora e una di crepuscolo: ancora ore temporali.

Sommandole alle 12 ore della notte, si ottiene una struttura giornaliera complessiva di 24 ore.

Diffusione non lineare

Verrebbe da pensare che la divisione in 24 ore si sia imposta subito. Invece no.

Roma antica

Nelle XII Tavole (V secolo a.C.) emergono riferimenti a mezzogiorno e tramonto come marcatori giuridici, ma non un uso sociale diffuso di 24 ore equivalenti come oggi.

Con Varrone, si ricorda un primo quadrante solare importato a Roma nel 263 a.C. (da Catania), poi corretto molto più tardi perché non adatto alla latitudine romana.

Fino ad allora la scansione pratica restava «funzionale»: grandi sezioni del giorno e della notte, non minuti e secondi per tutti.

Esistevano comunque molti indicatori lessicali (diluculum, mane, meridies, vespera, media nox, gallicinium...).

Medioevo

Nel Medioevo continua una divisione utilitaria del tempo.

Nel De temporibus anni, Ælfric descrive la notte in sette fasi (crepuscolo, vespro, silenzio notturno, notte fonda, canto del gallo, aurora, primo mattino).

Anche la liturgia cristiana scandiva il tempo in ore canoniche (Matutino, Lodi, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespri, Compieta).

La lezione è chiara: la divisione in 24 ore non scompare, ma convive a lungo con altri sistemi pratici.

L'uso pienamente sociale delle ore uguali cresce davvero solo quando gli strumenti diventano diffusi e affidabili.

Le ore equinoziali

Già Ipparco (II secolo a.C.) usava, per esigenze astronomiche, la divisione in 24 ore uguali.

Tolomeo la consolidò nel calcolo scientifico.

Ma tra uso astronomico specialistico e uso sociale quotidiano passano secoli: l'adozione larga delle ore uguali inizia soprattutto con l'evoluzione degli strumenti tra tardo Medioevo ed età moderna.

Divisioni e suddivisioni dell'ora

Sumeri e Babilonesi sono generalmente indicati come origine della suddivisione dell'ora in 60 minuti e del minuto in 60 secondi (in forma teorica molto prima che gli strumenti potessero misurarla davvero).

Tolomeo contribuì molto a stabilizzare questa struttura nei calcoli astronomici, e il suo peso sulla tradizione tecnico-scientifica è enorme.

Ma perché proprio 60?

Perché in Mesopotamia era in uso la numerazione sessagesimale, posizionale, diversa dalla nostra base 10.

I simboli dei numeri 1-60 mostravano già una logica compositiva chiara.

Esempio: nel nostro sistema 985 = 9x100 + 8x10 + 5.
In base 60: 985 = 16x60 + 25, cioè 16;25.

Per il tempo: 06:25:30 equivale a 6 + 25/60 + 30/3600, cioè 6;25,30.

Resta la domanda storica: perché proprio base 60 e non un'altra?

Non esiste una risposta definitiva unica. Sono state proposte molte ipotesi:

Georges Ifrah propone una pista plausibile: una sintesi culturale tra base 12 e base 5, visibile anche in alcune forme linguistiche e nel conteggio digitale manuale (falangi + dita dell'altra mano).

Schema delle due mani:

Con questo chiudiamo la panoramica su divisioni e suddivisioni del giorno.

Possiamo capire meglio perché oggi usiamo 24 ore, 60 minuti e 60 secondi, ma senza trasformare questa storia in una genealogia lineare e assoluta.

Come ricordava Bottéro: non c'è un unico «grande inizio», ma una lunga trama di sviluppi, incroci, interruzioni e recuperi.

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