L'antico calendario inglese

In questa pagina proveremo a scoprire quello che gli inglesi chiamano «the Heathen Calendar», cioè il calendario pagano in uso nel periodo anglosassone.

Parlo di un tentativo perché di questo calendario restano poche tracce e l'unica vera fonte di informazioni è il De Temporum Ratione scritto da Beda nell'VIII secolo.

Ma guardiamo tutto questo un po' più da vicino.

Un po' di storia

Per una volta non ti imporrò la mia prosa per raccontarti questo «spicchio di storia» che ci serve a collocare il calendario nel contesto della sua epoca. Preferisco lasciarti scoprire quella dei signori De Roujoux e Alfred Mainguet, che nel 1844 pubblicarono una seconda edizione, non so di quando sia la prima, di una Storia d'Inghilterra scritta in uno stile tutt'altro che noioso.

Questo libro, e quelli che seguono, sono consultabili e scaricabili sul sito Gallica, biblioteca digitale della Bibliothèque nationale de France, che conserva un vero tesoro di testi di ogni genere.

Da parte nostra ci limiteremo a una porzione di storia che ci condurrà dagli inizi dell'Inghilterra fino all'epoca contemporanea di Beda, perché sarà lui, attraverso le sue opere, a darci tutte le informazioni possibili sui calendari precristiani.

Per una volta, inoltre, ti risparmio anche i corsivi che di solito segnalano le citazioni: il testo, abbreviato da me nei passaggi più verbosi, va dalla riga seguente fino alla fine di questa parte.

La Britannia prima dei Romani

Alcune zone delle isole che oggi portano il nome di isole britanniche erano note agli antichi molto prima dell'inizio della nostra era. Dei Fenici provenienti da Gadir, cioè Cadice, venivano a cercare sulle coste della Cornovaglia lo stagno contenuto in miniere abbondanti. Nel IV secolo a.C. il cartaginese Imilcone, dopo aver errato per quattro mesi nel grande Oceano, scoprì anche le Oestrimnidi; è questo il nome che dà a quelle isole nel diario del suo viaggio. I Greci le scoprirono a loro volta e le chiamarono Cassiteridi, isole dello stagno. I Romani le conoscevano già prima delle guerre di Cesare in Gallia.

Al tempo della conquista romana, la Grande Bretagna, la maggiore delle Cassiteridi, era divisa in due parti disuguali, separate dal fiume Forth. La parte settentrionale si chiamava Alben, paese delle montagne, oppure Calydon, paese delle foreste; l'altra parte aveva preso dai Brythons, popolazione che viveva verso il Tweed, il nome di B.ryt o Prydain, nome che divenne poi quello dell'isola intera e che i Romani trasformarono in Britannia. In questa parte vivevano a ovest i Kymrys, cioè i Cambrici, nel Kymru, cioè la Cambria; a sud e a est i Lloëgrys, cioè i Logriani, nel Lloëgr, cioè la Logria. Con ogni probabilità i Kymrys, appartenenti alla stessa stirpe dei Brythons e dei Lloëgrys e giunti come loro dal cuore dell'Europa orientale, al loro arrivo sull'isola avevano respinto verso ovest e verso nord gli aborigeni, popolazione di razza gallica. Una parte dei fuggiaschi trovò rifugio nelle montagne inaccessibili del nord dell'isola, dove si mantenne con il nome di Gaëls o Galls, che ancora oggi conserva; altri, attraversando il mare, si rifugiarono nella grande isola chiamata Erin dai suoi abitanti, uomini probabilmente della stessa razza degli aborigeni bretoni. Quando più tardi i Lloëgrys e i Brythons sbarcarono in Britannia, i Kymrys furono a loro volta ricacciati lungo le coste del mare occidentale, nel paese montuoso e selvaggio che da allora prese il nome di Kymru, Cambria, cioè l'attuale Galles. Altre invasioni portarono ancora, a sud, dei Belgi provenienti dal territorio gallico; a est, dei Coraniani, tribù di razza teutonica. L'unione di queste popolazioni diverse formava il popolo che i Romani chiamarono Britanni.

Grazie ad alcuni rapporti commerciali e a comunicazioni facili con il continente, la civiltà delle tribù meridionali non differiva molto da quella della Gallia. Al centro e a ovest, invece, dominava ancora la barbarie.[...]

Il druidismo, importato dalla Gallia, era la religione di questi popoli. [...]

Dalla prima invasione di Giulio Cesare fino al ritiro delle legioni imperiali (55 a.C. - 420 d.C.)

Durante le guerre di Cesare in Gallia, gli abitanti della Britannia meridionale avevano fornito qualche aiuto ai nemici dei Romani. Cesare decise di vendicarsene e di aggiungere alle sue conquiste anche questo altro mondo. A capo di cinque legioni, sbarcò in Britannia nell'anno 55 a.C.

Impauriti, i Britanni sentirono allora la necessità di mettere fine alle loro divisioni e di unirsi per affrontare il nemico comune. Il loro coraggio selvaggio, l'aspetto feroce e inedito di questi uomini nudi, tatuati, con i capelli scarmigliati, intimidì i Romani. L'avvicinarsi dell'inverno li metteva in pericolo; tre settimane dopo lo sbarco, ripassarono lo stretto.

Più fortunato nella seconda invasione, nel 54 a.C., e favorito del resto dalle nuove divisioni che laceravano i Britanni, Cesare ebbe la meglio sul coraggio e sugli sforzi di Cassivellauno, celebre guerriero al comando dei Logriani, eletto capo dei capi. Ma tra la sottomissione di alcune tribù, che peraltro aspettavano solo l'occasione di riprendere le armi, e la sottomissione dell'isola intera correva una grande distanza. Cesare lo sapeva bene; per questo rimase in Britannia solo pochi mesi, poi tornò sul continente, accontentandosi d'imporre ai Britanni un leggero tributo annuo, che Augusto trasformò in seguito in tasse sui commerci tra Britannia e Gallia.

Da quell'epoca fino al regno di Claudio, cioè per novantasette anni, i Britanni conservarono la loro primitiva indipendenza, e fu solo nell'anno 43 d.C. che Aulo Plauzio fu inviato in Britannia per attuarne la sottomissione definitiva. [...]

Fu al celebre Agricola che toccò conquistare tutto il territorio allora conosciuto della Grande Bretagna, crearvi insediamenti durevoli e pacificare quella regione. [...]

Ma in Grande Bretagna i Romani dovevano combattere altri nemici ancora più difficili da domare dei Britanni. Ogni primavera gli uomini della Caledonia, che gli storici latini chiamano quasi sempre Pitti, probabilmente per l'abitudine che avevano di dipingersi il corpo, attraversavano il Clyde su barche di vimini ricoperte di cuoio e scendevano verso le città, consegnando l'intero paese al massacro e al saccheggio. Queste incursioni costrinsero i Romani a costruire alle estremità della loro conquista due immense muraglie, munite di torri e prolungate da un mare all'altro. Questi bastioni presero i nomi degli imperatori che li fecero costruire o restaurare, i muri di Adriano, Antonino e Severo. In parte esistono ancora.

Da quel momento la storia della Britannia si confonde con quella dell'impero. Non vi accadono altri eventi se non alcune sedizioni delle legioni romane, alcune usurpazioni della dignità imperiale da parte dei governatori romani; l'unica davvero degna di nota è quella di Carausio, che Diocleziano e Massimiano furono costretti a riconoscere come loro collega e che morì, dopo cinque anni di glorioso regno, tra il 288 e il 293, assassinato dal suo ministro Alletto.

I Britanni, ormai ammorbiditi e infiacchiti, non pensano a sfruttare le divisioni che lacerano l'impero per riprendersi la libertà, e solo all'invasione dei Barbari, quando Onorio, incalzato da ogni parte, richiama dall'isola le legioni romane, tra il 416 e il 420, essi recuperano, e quasi contro la loro volontà, un'indipendenza che sarà presto nuovamente tolta loro, questa volta per sempre.

Dal ritiro delle legioni romane alla fondazione dell'ultimo regno sassone (dal 420 al 584 d.C.)

Quando le legioni romane si ritirarono dalla Britannia, il governo che vi avevano instaurato lasciò solo tracce deboli. La forma e perfino il nome delle loro diverse amministrazioni scomparvero. Le antiche consuetudini nazionali ripresero il sopravvento [...]

Verso l'anno 449, la fragile autorità di capo dei capi era nelle mani di un Logriano chiamato Wyrtigern o Wortigern. Incapace di resistere alle invasioni delle tribù del nord, egli decise di imitare i Romani opponendo Barbari ad altri Barbari e di chiamare in suo aiuto, contro i Pitti e gli Scoti, dei corsari germanici che spesso compivano incursioni in Britannia.

In quell'epoca il caso fece arrivare sulla costa tre navi di questi pirati, comandate da due fratelli chiamati Hengist e Horsa. Erano due capi famosi tanto per il loro valore quanto per la loro nascita; si diceva che fossero nipoti di Odino. Wortigern inviò loro degli ambasciatori che, in cambio della piccola isola di Thanet, formata sulla costa del Kent dal mare e da un piccolo fiume che si divide in due bracci, proposero di impegnarsi a combattere gli Scoti per un periodo di tempo determinato. I Sassoni accettarono queste condizioni e, in numero di mille seicento uomini, marciarono insieme ai Britanni contro i Pitti che si erano spinti oltre i loro confini; li sconfissero e i Britanni credettero di aver ritrovato dei difensori altrettanto formidabili e più generosi dei Romani.

La generosità, però, non era una virtù dei Sassoni. Informarono altre bande di avventurieri della ricchezza dei Britanni e della fertilità delle loro terre. Presentarono la conquista come facile e chiesero rinforzi. Cinquemila uomini, trasportati da diciassette navi, sbarcarono presto sull'isola di Thanet. I Britanni ne furono terrorizzati e tentarono invano di soddisfare l'avidità dei loro difensori. Scoppiò una lite sul pagamento di un sussidio; i Sassoni si allearono immediatamente con gli Scoti e i Pitti e fu dichiarata una guerra di sterminio. Dopo diversi combattimenti, in uno dei quali Horsa fu ucciso, Hengist conquistò sulla riva destra del Tamigi il territorio dei Cantiaci e vi fondò un insediamento chiamato regno degli uomini del Kent o Kant-wara-rice, nel 457. La porta era ormai aperta alla conquista.

I Sassoni, originari delle regioni settentrionali della Germania e della Chersoneso cimbrica, formavano diverse tribù note con i nomi di Juti, Angli e Frisoni; si trattava di una vasta confederazione di popolazioni diverse, associate per la guerra, il saccheggio e la pirateria. [...]

Per questo la guerra faceva, per così dire, parte della religione dei Sassoni [...]

Il racconto degli immensi vantaggi che tutti questi avventurieri avevano appena conquistato, ripetuto e amplificato tra i popoli che li avevano vomitati sulla Britannia, arrivò dalle paludi dell'Elba fino alle rive del Baltico. Allora gli Anghels, o Angli, che abitavano quella regione, la lasciarono in massa per venire a prendersi la loro parte delle spoglie della Britannia.[...]

Tutti questi insediamenti non si fecero senza grandi battaglie e senza una viva resistenza da parte degli indigeni. Ida, che i Britanni avevano soprannominato l'uomo di fuoco, incontrò ai piedi delle montagne da cui scende il Clyde un capo britanno che gli oppose sanguinosi combattimenti [...]

Così fu anche per il celebre Artù, fondatore della Tavola Rotonda ed eroe dei primi romanzi cavallereschi. Ma le sue imprese, le tredici grandi vittorie che, a detta dei bardi, riportò sugli invasori, non poterono salvare né il suo paese né lui stesso. Colpito a morte in un combattimento combattuto contro il proprio nipote, soccombette alle ferite. [...]

Gli infelici che il braccio dei Sassoni, stanco di uccidere, risparmiava, venivano ridotti, immensa grazia, a una servitù eterna. In Cornovaglia, Cornweallas, e nel paese montuoso e poco fertile dei Cambrici, Weallas o Cambria, si ritirarono tutti gli uomini che preferivano una vita misera ma libera al servizio sotto un giogo nemico.[...]

L'opera di sterminio si arrestò infine. Terminata la conquista, i vincitori si spartirono le terre e le abitazioni dei vinti e costrinsero gli sventurati Britanni a coltivare, come schiavi, le terre che un tempo possedevano. Ma presso gli Anglosassoni la guerra era un bisogno, una necessità della vita, e quando la resistenza degli indigeni cessò, essi rivolsero contro se stessi la loro furia di combattere. I conquistatori avevano fondato sette insediamenti. Per due secoli queste sette regalità indipendenti si fecero una guerra accanita [...]

La conversione dei Sassoni al cristianesimo

Fin dai primi secoli della nostra era, il cristianesimo era stato introdotto in Britannia dalle legioni imperiali e vi si era rapidamente diffuso. «Luoghi inaccessibili alle armi romane sono sottomessi alla fede di Cristo», dice Tertulliano alla fine del II secolo. All'inizio del [...] i Sassoni però ricomparvero presto nell'isola per non lasciarla più. Il cristianesimo, davanti ai feroci seguaci di Odino, fu respinto e confinato con gli indigeni negli stretti limiti della Cornovaglia e del Galles, mentre il paganesimo dei Sassoni regnava sul resto dell'isola. Sarebbe stato Gregorio Magno a distruggerlo. [...]

Per suo ordine, alcuni monaci romani partirono per la Britannia, guidati da Agostino, uno di loro. [...]

Agostino, tramite i suoi interpreti, espose al re i principali dogmi della fede cattolica e concluse promettendogli un regno nei cieli e una beatitudine eterna: «Le vostre parole sono molto belle», rispose Ethelbert, "ma per me sono nuove, e non posso abbandonare la fede dei miei padri per adottare principi che mi paiono ancora incerti. Siate però i benvenuti: vi sono grato per il lungo viaggio che avete intrapreso, vi farò alloggiare, vi nutrirò e vi lascerò liberi d'insegnare ovunque le vostre dottrine".

Incoraggiati da questa accoglienza favorevole, i religiosi entrarono nella città di Kent-Wara-Byrig, cioè Canterbury. Fu loro consegnata un'antica chiesa britannica; la consacrarono a Cristo e vi celebrarono con solennità i riti sacri. Poco dopo, il re acconsentì a ricevere il battesimo, nel 597, e il suo esempio fu seguito da quasi tutto il suo popolo. «La messe è grande», scriveva Agostino a Gregorio, «e gli operai non bastano».

Alla notizia di questi successi, il papa scrisse a Ethelbert, gli inviò doni, nuovi missionari e sante reliquie; e poiché gli Anglosassoni, nel loro zelo, distruggevano i templi dei loro antichi dèi, ordinò di conservarli, purificarli e trasformarli in chiese. Agostino ricevette poi dal pontefice il titolo di arcivescovo, con il pallium, segno ufficiale di supremazia, e inoltre la facoltà di creare e consacrare dodici vescovi. Ebbe anche quella di istituire un arcivescovo nella città di York, che avrebbe dovuto dipendere dall'autorità di Agostino per tutta la vita di quest'ultimo e diventare indipendente e metropolita dopo la sua morte.

Ma per il nuovo arcivescovo non si trattava soltanto di convertire gli Anglosassoni: importava anche riportare nel grembo della Chiesa i membri del clero britanno che si erano rifugiati e mantenuti in Cambria. I sacerdoti britanni si discostavano poco, nei loro dogmi, da quelli insegnati dalla Chiesa cattolica. Tuttavia non ammettevano l'azione del peccato originale quando la creatura moriva prima di aver potuto commettere una sola colpa; e divergevano su vari punti di disciplina che ad Agostino sembrarono importanti. Poco abituati all'uso del computo romano, non celebravano la Pasqua nel momento fissato dalle decisioni dei papi; inoltre non erano tonsurati secondo le regole di Roma né vestiti come i religiosi del continente. I vescovi non avevano residenze stabili e l'arcivescovo non aveva mai chiesto a Roma il pallio. Agostino notificò a questo arcivescovo e ai vescovi che il papa non li riconosceva in tale qualità [...]

La lotta non era alla pari tra i poveri sacerdoti della Cambria e la Chiesa di Roma, che presto mise sulla bilancia anche la spada dei re sassoni convertiti. Dopo una coraggiosa resistenza, i Britanni della Cornovaglia divennero tributari dei Sassoni occidentali e Offa, re di Mercia, rinchiuse i Britanni della Cambria dietro un lungo terrapieno e un fossato, Offa's Dyke, che si estendevano da sud a nord, dal corso del Wye fino alle valli attraversate dal Dee, nel 775. Là si stabilì per sempre il confine tra le due stirpi di uomini che un tempo avevano abitato insieme tutto il sud della vecchia isola di Prydain, dal Tweed fino al capo della Cornovaglia.

Il terrore ispirato dalle armi dei re anglosassoni fece a poco a poco piegare lo spirito di libertà delle chiese cambriche e la sottomissione religiosa del paese si compì gradualmente [...]

Nell'VIII secolo lo stato intellettuale della Britannia era superiore a quello della maggior parte degli altri paesi d'Europa; lettere e scuole vi prosperavano più che altrove. Gli istituti di studio e di sapere fondati dal cristianesimo superavano quelli del continente. [...]

Si trattava di un insegnamento più esteso di quello che si sarebbe incontrato allora in qualunque scuola di Gallia o di Spagna, e che produsse frutti illustri. Beda, autore della Storia ecclesiastica degli Anglosassoni, nacque in Britannia, così come quell'Alcuino che fu maestro, confidente, consigliere di Carlo Magno e la figura più reale e completa del progresso intellettuale della sua epoca....

Beda il Venerabile (672?-735)

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"Oggi lo si considera il primo storico dell'Inghilterra, e tuttavia Beda il Venerabile fu innanzitutto, per i secoli che lo seguirono immediatamente, l'autore di alcune opere tecniche che posero le basi della cultura letteraria, storica e perfino scientifica dell'alto Medioevo, oltre che il grande commentatore della Bibbia, colui che raccolse, riassunse e trasmise la somma delle interpretazioni elaborate dai Padri della Chiesa."

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Enciclopedia Universalis

Beda nacque intorno al 673 in una famiglia di contadini del regno inglese di Northumbria, nel nord-est dell'Inghilterra, al confine con la Scozia.

A sette anni fu affidato al monastero di Wearmouth, fondato pochi anni prima da Benedict Biscop, e venne inviato all'abbazia gemella di Jarrow, non lontano dall'estuario del Tyne.

Vi completò la sua formazione, vi fu ordinato diacono e poi sacerdote una volta compiuti i trent'anni.

Praticamente non lasciò mai Jarrow, salvo per brevi viaggi che non lo portarono quasi mai oltre York. E, benché fosse diventato uno dei maggiori eruditi del suo tempo, durante la sua vita la sua fama non superò i confini della sua piccola Northumbria.

Conosceva il latino e il greco, si interessava di astronomia, di medicina e di storia.

Come abbiamo visto nel nostro spicchio di storia, la data di Pasqua era un problema e il suo computo opponeva, nei regni anglosassoni, i monaci venuti dall'Irlanda e i missionari inviati da Roma. Per aiutare i giovani monaci, della cui educazione era stato incaricato, a comprendere i calendari e la cronologia, Beda scrisse dapprima un compendio scolastico, il De temporibus liber, e poi un'opera molto più completa e dettagliata, il De ratione temporum. È in quest'ultima che troveremo le poche informazioni che possediamo sull'antico calendario inglese.

Ma, anche se in questa pagina è soprattutto questo ad interessarci, non è questo il nucleo essenziale della sua opera. Le sue immense capacità di analisi, di sintesi e di organizzazione della documentazione ne fecero il primo storico d'Inghilterra.

Come esercizio preliminare, nel quadro stretto del suo «mestiere», commentò un gran numero di libri dell'Antico e del Nuovo Testamento, in particolare la Genesi, libri I-XX, i Libri dei Re, il Cantico dei cantici, i Vangeli di Marco e Luca, gli Atti degli Apostoli e l'Apocalisse.

Ed è nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, la Storia ecclesiastica della nazione inglese, contesto meno stretto della Bibbia, che mostra pienamente le sue qualità di storico. Sarà soprattutto per quest'opera che verrà conosciuto.

Pochi anni dopo la sua morte, nel 735, divenne celebre. Alcuino lo proclamò Beda Magister. Gli fu tributato il titolo di «venerabile». Per quasi quattrocento anni rimase uno dei maestri dell'Occidente medievale, prima di declinare nel XII secolo, con l'evoluzione del trattamento delle fonti documentarie.

Il calendario

È dunque attraverso Beda e il suo De ratione temporum che conosciamo in parte il calendario praticato in Inghilterra prima della conquista romana. Sarebbe stato naturalmente sostituito dal calendario giuliano, con ogni probabilità man mano che avanzavano le conquiste romane.

Come era prevedibile, tenuto conto dell'epoca, si trattava di un calendario lunare con «correzione solare». In breve, di un calendario lunisolare.

L'anno era composto da dodici lunazioni, da luna nuova a luna nuova. Di tanto in tanto si aggiungeva un tredicesimo mese per restare in fase con l'anno tropico.

Ciò che non sappiamo

Ciò che sappiamo

La logica vorrebbe che, per scoprire questo calendario, rispettassimo un ordine del tipo anno, mese, giorno. Non seguiremo quest'ordine, ma un altro, che ci permetterà di spiegare un «anello» partendo dal precedente.

A) Il nome dei mesi

Facciamo subito conoscenza con questi nomi, che ci aiuteranno a capire più facilmente il resto del testo. Più avanti torneremo sul loro significato in modo più dettagliato.

Mese Corrispondenza attuale approssimativa
(Æfterra) Geola Gennaio
Solmonath Febbraio
Hrethmonath Marzo
Eostremonath Aprile
Thrimilci Maggio
(Ærra) Litha Giugno
(Æfterra) Litha Luglio
Weodmonath Agosto
Haligmonath Settembre
Winterfylleth Ottobre
Blotmonath Novembre
(Ærra) Geola Dicembre

Notiamo che quattro mesi, a due a due, portano lo stesso nome: Geola e Litha.

B) Le stagioni

Secondo Beda, "dividevano l'anno in due stagioni, estate e inverno, attribuendo all'estate i sei mesi nei quali i giorni sono più lunghi delle notti e all'inverno gli altri sei mesi. Di conseguenza chiamarono il mese che apre l'inverno Winterfylleth, un nome formato da Winter e full moon perché l'inverno comincia con la prima luna piena di quel mese."

Questa divisione dell'anno in due stagioni non ha nulla di eccezionale ed era molto diffusa nei paesi nordici dell'epoca. In quelle regioni, del resto, l'esistenza di due stagioni intermedie si giustifica meno.

Nella tabella dei mesi qui sopra, i mesi estivi sono su sfondo giallo e quelli invernali su sfondo azzurro. Si può constatare che, tanto per l'estate quanto per l'inverno, i primi tre mesi e gli ultimi tre della stagione incorniciano il solstizio d'estate o quello d'inverno.

C) I giorni

I giorni avevano un nome e, attraverso questi nomi, si possono ritrovare influenze diverse. Per maggiori dettagli sui giorni della settimana, vedi la pagina a loro dedicata.

Scopriamo i nomi dei giorni:

Giorno francese Giorno inglese moderno Giorno inglese antico Significato
Lunedì Monday Monnandaeg Giorno della Luna
Martedì Tuesday Tiwesdaeg Giorno di Tyr
Mercoledì Wednesday Wodnesdaeg Giorno di Odino
Giovedì Thursday Thunresdaeg Giorno di Thor
Venerdì Friday Frigedaeg Giorno di Frigg
Sabato Saturday Sæterdaeg Giorno di Saturno
Domenica Sunday Sunnandaeg Giorno del Sole

Si vede che i giorni nominati sono sette e costituiscono quindi una settimana. Sabato, domenica e lunedì affondano le loro radici nel nome di astri celesti. C'è dunque una forte influenza romana. Questo dovrebbe portarci a pensare che i nomi dei giorni non siano antichi quanto il resto del calendario, per esempio i nomi dei mesi.

Si nota anche che alcuni nomi di dèi romani, come Marte per martedì, sono stati sostituiti da divinità germaniche, come Tyr, Odino, Thor e Frigg.

I nomi dei giorni del calendario inglese antico, e anche di quello moderno, sono quindi di origine romana, con adattamento germanico.

Va notato inoltre, ed è un punto importante, che bisogna prendere la parola «giorno» nel suo senso originario, cioè nel senso di «quando è giorno». Infatti il giorno era il tempo compreso tra il sorgere del Sole e il suo tramonto. Solo in quel momento portava il nome che abbiamo appena visto nella tabella. Tra il tramonto del Sole e il sorgere successivo, il «giorno», che in realtà era la notte, portava un altro nome.

Dopo il sorgere del Sole Dopo il tramonto del Sole
Monnandaeg Tiwesniht
Tiwesdaeg Wodnesniht
Wodnesdaeg Thunresniht
Thunresdaeg Frigeniht
Frigedaeg Sæterniht
Sæterdaeg Sunnaniht
Sunnandaeg Monnanniht

Per fare un esempio con i nostri giorni attuali, lunedì sarà lunedì solo dal sorgere al tramonto del Sole. Prima che si passi a martedì con gli stessi riferimenti solari, chiameremo vigilia di martedì il periodo che va dal tramonto del Sole del lunedì al sorgere del Sole del martedì.

Sembra peraltro che il giorno, nel senso di giornata, iniziasse in realtà con la notte che precedeva il giorno stesso. Il «giorno» andava dunque da un tramonto del Sole al successivo.

D) Il mese complementare

Non sappiamo come venisse calcolata o decisa la sua intercalazione, ma sappiamo dove veniva collocato: dopo i due mesi estivi Litha, e portava lo stesso nome, o più precisamente Terzo Litha.

E) L'inizio dell'anno

Secondo Beda, si collocava nella notte che precede il nostro Natale, notte che avrebbe avuto il nome di Modranect che, in «antico inglese», può essere scomposto in Mod[d]ra Niht e tradotto con Notte delle Madri.

Ma perché un riferimento al Natale in un calendario precristiano?

F) I mesi nel dettaglio

I mesi che corrispondono a dicembre e gennaio portavano entrambi lo stesso nome, Geola, che è la forma antica della parola inglese Yule. Beda sembra dire che Geola, Yule, fosse il nome del giorno del solstizio d'inverno. Ma è anche lecito pensare che Geola coprisse un intero periodo, cominciando il giorno del solstizio d'inverno e terminando dodici giorni più tardi. Poiché questo periodo si sarebbe distribuito su due mesi, questi mesi sarebbero stati chiamati (Ærra) Geola, prima di Yule, e (Æfterra) Geola, dopo Yule.

Il mese corrispondente a febbraio si chiamava Solmonath, che Beda presenta come «il mese dei dolci», The Month of Cakes, in riferimento ai dolci offerti agli dèi nel corso di una festa celebrata in quel mese.

Marzo e aprile, chiamati rispettivamente Hrethmonath ed Eostremonath, prendevano il nome da due divinità, del tutto sconosciute, che avrebbero portato i nomi di Hrethe e Eostre.

Maggio, chiamato Thrimilci, cioè il mese delle tre mungiture, perché, secondo Beda, «in quel periodo le mucche venivano munte tre volte al giorno».

Giugno e luglio, come dicembre e gennaio, portano lo stesso nome, Litha. Uno è il Litha «prima» e l'altro il Litha «dopo».

Beda scrive che "Litha significava gentle, dolce, leggero, oppure navigable, navigabile, perché durante questi due mesi le brezze erano miti ed era possibile navigare su un mare calmo".

Alcuni interpreti moderni pensano invece che Litha fosse il nome del solstizio d'estate, come Yule lo era del solstizio d'inverno. Ci sarebbe dunque stato un «prima del solstizio» e un «dopo il solstizio», da cui il nome dei mesi di giugno e luglio. Il parallelo con le due coppie di mesi che portano lo stesso nome risulterebbe così perfetto. Perché no?

Weodmonath, che corrisponde approssimativamente ad agosto, sarebbe il weed month, il mese delle erbacce, certamente per allusione alla piena esplosione della vegetazione.

Pochissime informazioni, invece, su Haligmonath, il nostro settembre, che secondo Beda sarebbe l'Holy Month, il mese sacro, senza altre precisazioni.

Ottobre, che porta il nome di Winterfylleth, lo dovrebbe all'aspetto della prima luna piena dell'inverno. Abbiamo già incontrato questo mese e la descrizione che ne dà Beda nella parte dedicata alle stagioni.

Infine novembre, chiamato Blotmonath, sarebbe il Month of Sacrifice, il mese del sacrificio. In assenza di mezzi di conservazione della carne, gli animali in soprannumero venivano abbattuti e i pesci affumicati o salati.

In conclusione: da Beda a Tolkien

Negli anni 1954-1955 J.R.R. Tolkien, 1892-1973, scrive la sua opera maggiore, The Lord of the Rings, Il Signore degli Anelli, dopo una gestazione di dodici anni.

Spinge la precisione fino a inventare, per far muovere i suoi personaggi nel tempo, un certo numero di calendari descritti nell'appendice D del libro.

Esamineremo più in particolare il calendario degli Hobbit, abitanti della Terra di Mezzo. E constateremo che questo calendario della Contea assomiglia molto a quello descritto da Beda.

L'anno del calendario della Contea ha la stessa durata del nostro.

Tutti i mesi hanno 30 giorni, il che non è lontano dalla durata di una lunazione.

Il sistema di sincronizzazione con l'anno tropico, invece, è diverso da quello dell'antico calendario inglese. Come nei calendari fissi o perpetui, compare la nozione di giorni bianchi fuori mese. Sono cinque: tre nel mezzo dell'anno, 1 Lithe, il Giorno di Mezzo Anno e 2 Lithe, uno alla fine, 1 Yule, e uno all'inizio dell'anno, 2 Yule. Ogni quarto anno, bisestile, tranne l'ultimo anno di un secolo, si aggiunge anche un giorno supplementare fuori mese, il Surlithe, Overlithe.

Il computo del calendario comincia nell'anno 1600 della Terza Era. Gli appassionati del Signore degli Anelli capiranno. Ne approfitto per chiedere loro di segnalare a questo neofita eventuali errori di lettura o di interpretazione del calendario di Tolkien.

Un nuovo anno del calendario della Contea comincia il 23 dicembre del calendario gregoriano. Ora, può accadere che il 23 dicembre coincida con il solstizio d'inverno. Confesso di non aver fatto la conversione, ma sarebbe interessante sapere se la data gregoriana equivalente dell'inizio del computo hobbit non cadesse proprio il giorno del solstizio d'inverno.

Quanto al nome dei mesi, ecco l'elenco:

Mese hobbit Mese inglese Corrispondenza attuale approssimativa
Dopo-Yule (Æfterra) Geola Gennaio
Solmath Solmonath Febbraio
Rethe Hrethmonath Marzo
Astron Eostremonath Aprile
Thrimidge Thrimilci Maggio
Prima di Lithe (Ærra) Litha Giugno
Dopo Lithe (Æfterra) Litha Luglio
Wedmath Weodmonath Agosto
Halimath Haligmonath Settembre
Winterfilth Winterfylleth Ottobre
Blotmath Blotmonath Novembre
Prima di Yule (Ærra) Geola Dicembre

Bisogna riconoscere che una certa somiglianza c'è davvero.

Per finire, notiamo che ogni anno comincia con il primo giorno della settimana, il sabato, e si conclude con l'ultimo, la domenica. I giorni speciali, naturalmente, non fanno parte dei giorni della settimana. Anche qui ritroviamo alcuni aspetti del calendario perpetuo o del calendario fisso.

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