Presentazione
Questo studio ci porterà da un Paese all'altro e, in ciascuno di essi, cercheremo di capire come si sia svolta la riforma gregoriana, quando sia stata applicata e quale sia stata la reazione delle diverse classi della popolazione.
Non è quindi ancora completo, ma preferisco metterlo a disposizione man mano che avanzano le mie ricerche e le mie letture.
Richiami: nascita del calendario gregoriano
Fu il 24 febbraio 1582 che, a Tusculum, oggi Frascati, papa Gregorio XIII promulgò la bolla Inter gravissimas, che istituiva la riforma del calendario giuliano. Il calendario gregoriano era nato. Il testo si trova in questa pagina oppure sul sito di Rodolphe Audette, che ringrazio ancora per avermi autorizzato a pubblicarne la traduzione.
Per recuperare il ritardo accumulato rispetto all'anno solare dal concilio di Nicea in poi, si sarebbero saltati 10 giorni nel calendario. Questo salto era previsto per il giorno successivo al 4 ottobre 1582 che, invece di essere il 5 ottobre 1582, sarebbe diventato il 15 ottobre 1582.
Dieci giorni spariti non sono poca cosa. È facile immaginare problemi di ogni tipo, pagamenti in scadenza, feste soppresse, lavori agricoli sfasati..., e lo scopo di questo studio è proprio capire, come si diceva sopra, «come andò davvero» nei Paesi coinvolti. Ci limiteremo comunque all'Europa attuale e alla Russia.
Perché la Russia? Molto semplicemente perché nelle pagine dedicate ai calendari non esiste una pagina specifica su questo Paese, eppure bisogna pur parlare dell'evoluzione dei calendari in Russia.
Poiché avremo bisogno di conoscere i confini dei diversi Paesi, regni e Stati all'epoca della riforma gregoriana, diamo un'occhiata a una mappa. È stata realizzata da Alain Houot, il cui sito è qui, e che ringrazio vivamente per avermi autorizzato a pubblicare le sue carte.
La riforma in termini generali
Il testo della bolla fu inviato anzitutto ai membri della Chiesa cattolica. Da quel lato, nessun problema. Il papa era l'autorità suprema, e ai vari interessati non restava che adeguarsi.
Fu inviato anche a tutti i capi degli Stati cristiani. Certo, questi ultimi erano sovrani nei loro regni, ma, da buoni cristiani, dovevano rendere questo servizio al papa.
Restavano gli Stati non cristiani o quelli che non riconoscevano l'autorità del papa. Come vedremo, sia gli Stati protestanti sia quelli della Chiesa d'Oriente trascinarono a lungo i piedi prima di applicare la riforma gregoriana.
La riforma in Francia: un leggero ritardo
Dobbiamo a Francesco Maiello (Histoire du calendrier de la liturgie à l'agenda) e a Jérôme Delatour (La réception du calendrier grégorien en France) il fatto di essersi chinati a lungo sulla riforma gregoriana in Francia. Aggiungendo qualche nostro commento, cercheremo di seguirne lo svolgimento e di misurare l'importanza che le fu attribuita.
Cominciamo ricordando i confini della Francia dell'epoca. Siamo nel 1582.
Diciamolo subito: la soppressione dei 10 giorni prevista dalla bolla Inter gravissimas avvenne in Francia dal 10 al 19 dicembre 1582 e quindi al 9 dicembre 1582 seguì il 20 dicembre 1582. Eppure, secondo la bolla, questa soppressione avrebbe dovuto avvenire in ottobre e non in dicembre. Perché questo ritardo, quando Italia, Spagna e Portogallo avevano rispettato senza difficoltà le date previste? J. Delatour vi vede due, e forse tre, motivi.
Il pretesto che faceva comodo: si chiama Antonio Lilio. Il papa gli aveva concesso il privilegio di stampare e vendere il nuovo calendario. Attraverso Antonio, il papa voleva ricompensare l'astronomo Luigi Lilio, suo fratello, ideatore del calendario e morto nel 1576.
Su richiesta del papa, questo privilegio fu concesso ad Antonio Lilio anche in Francia da Enrico III. Il problema è che Antonio non si prese la briga né di far stampare né di distribuire il calendario. E senza calendario, gli stampatori francesi si trovarono bloccati. Così il mese di ottobre, data ufficiale di applicazione della riforma, passò senza che il calendario fosse tradotto né stampato.
L'ordinanza reale che fissava le date della riforma in Francia fu emanata il 3 novembre 1582. Il giorno dopo Enrico III concesse a Jacques Kerver un privilegio per la stampa del calendario. Va detto anche che ne aveva già concesso uno, quasi di nascosto, il 16 settembre, a Jean Gosselin, dandogli il diritto di stampare traduzioni francesi. Ma quando, a metà novembre, il nunzio in Francia Giovanni Battista Castelli apprese che il papa aveva annullato il privilegio di Lilio, nulla impedì più a chiunque lo volesse di stampare finalmente il calendario tanto atteso. E tutti si misero all'opera con grande zelo: Pillehotte a Lione, Kerver a Parigi, ma anche Platin ad Anversa e Basa a Roma.
La ragione inconfessabile: avrebbe avuto un nome, Christophe de Thou, primo presidente del Parlamento. Come sottolinea J. Delatour, questa ipotesi va espressa al condizionale, perché non è dimostrata e si basa su una coincidenza di date piuttosto intrigante.
Christophe de Thou era un personaggio potente e rispettato. Non vedeva di buon occhio il fatto che la Santa Sede si immischiasse negli affari della Chiesa gallicana. Dopo un primo avvertimento senza conseguenze, due anni di «resistenza», al momento dell'adozione dello stile del primo gennaio, cioè del 1 gennaio come primo giorno dell'anno, nel 1564, era, a quanto racconta suo figlio Jacques-Auguste de Thou, deciso a non far adottare la riforma gregoriana. Si oppose al re e... si ammalò.
Da quel momento, J. Delatour osserva la coincidenza delle date:
- Il 29 ottobre Christophe de Thou è in fin di vita: il Consiglio emette la sua decisione sul calendario.
- Il 1 novembre Christophe de Thou muore e il re, il dopodomani, emana l'editto e l'ordinanza sul calendario.
- Il 5 novembre il vescovo di Parigi fissa l'ordine delle feste di fine anno.
- Il 10 novembre l'editto viene pubblicato.
- Il 12 novembre il Parlamento, rientrato dalle vacanze, non deve far altro che prenderne atto.
La ragione imbarazzante: si chiama feste. Per la o le ragioni che abbiamo appena visto, oppure, per dirla con Paul de Foix, incaricato di spiegare la situazione al papa, "...c'era in tutta questa faccenda qualche impedimento che non riuscivo a individuare", bisognava trovare altre date in sostituzione di quelle previste in origine.
Bisognava sopprimere 10 giorni. E soprattutto fare in modo che la Pasqua del 1583 fosse celebrata lo stesso giorno in Francia e a Roma. Ma il re voleva anche che il Natale fosse celebrato nello stesso giorno a Roma e a Parigi. La riforma doveva quindi avvenire prima del 25 dicembre 1582.
Non era possibile sopprimere l'11 novembre, che segnava la fine delle vacanze parlamentari e il pagamento di certi canoni e la scadenza di alcuni contratti. E poi era una data troppo vicina alla decisione del Consiglio.
Non era possibile neppure toccare il giorno in cui, si diceva, «tutto mette radici», Santa Caterina, il 25 novembre, né la festa importante di Sant'Andrea il 30, né la festa di San Nicola del 6 dicembre, patrono dei mercanti di vino, dei carbonai, dei battellieri..., né la Concezione di Nostra Signora dell'8 dicembre. Si sarebbe quindi saltati, con danni relativamente limitati, dal 9 al 20 dicembre.
E pazienza per il taglio drastico inferto al periodo dell'Avvento. Bastava anticiparne l'inizio al 18 novembre 1582 per i parigini. Altrove si fece come si poté. Persino a celebrare le domeniche d'Avvento... durante la settimana.
E pazienza anche per il papa, che tra fine ottobre e inizio novembre aveva deciso di sopprimere in Francia i giorni dall'11 al 20 febbraio 1583. La decisione francese era già stata presa. Quindi, addio decisione di Gregorio. Fu per compiacerlo che il re organizzò a Parigi un'immensa processione il 9 dicembre 1582? O per celebrare l'ultimo giorno del calendario giuliano in Francia?
Enrico III (1551-1589), figlio di Enrico II, regnò dal 1574 al 1589. Sarebbe stato l'ultimo re della dinastia dei Valois. Qui sotto, l'ordinanza che istituiva il calendario gregoriano in Francia.
«Ordinanza in forma di mandato indirizzata ai prévôts delle città, per la riforma del calendario.
Parigi, 2 e 3 novembre 1582, pubblicata al suono di tromba agli incroci di Parigi, il 10.
Nostro amato e fedele servitore: il nostro santo padre, papa Gregorio XIII, ha ordinato un calendario ecclesiastico, che Sua Santità ci ha inviato, come agli altri re, principi e potentati della cristianità, nel quale ha ritenuto necessario sopprimere dieci giorni interi dell'anno in corso, per le cause e le ragioni ampiamente esposte nel testo stesso.
E fatela proclamare e leggere dai pulpiti delle chiese della vostra diocesi, come ordiniamo parimenti ai nostri parlamenti, balivi e siniscalchi di fare nell'estensione delle loro giurisdizioni, affinché nessuno possa pretendere causa di ignoranza. E a ciò non mancate, poiché tale è il nostro volere.
Benché avesse stabilito che tale soppressione avvenisse nel passato mese di ottobre, non ci è stato possibile darvi esecuzione in quel mese.
E volendo che le sante ordinanze della Santa Sede abbiano corso e siano osservate nel nostro regno, come conviene, e per non separarci dagli altri principi che hanno già accolto e fatto osservare detto calendario, vogliamo e ordiniamo che, spirato il giorno 9 del mese di dicembre, il giorno seguente, che si sarebbe contato come 10, sia tenuto e numerato in tutto il nostro regno come giorno 20 di detto mese; il giorno dopo sarà 21, nel quale si celebrerà la festa di San Tommaso; poi seguiranno 22, 23 e 24.
Così il giorno successivo, che altrimenti sarebbe stato il 15, sarà contato come 25, e in esso sarà celebrata solennemente la festa di Natale.
E l'anno presente terminerà sei giorni dopo detta festa, mentre il successivo, che sarà contato 1583, comincerà il settimo giorno dopo la celebrazione del Natale. Quell'anno e i successivi avranno poi il loro corso intero e completo come prima.
Di questa nostra intenzione e ordinanza abbiamo voluto avvertirvi affinché la osserviate e la facciate osservare, e provvediate ai servizi da celebrarsi negli Avventi della detta festa di Natale e nelle altre feste ordinate dalla Chiesa nei giorni soppressi.
Come fu accolta la riforma in Francia?
Francesco Maiello, nel suo libro, precisa che solo un quarto circa dei libri di ragione tenuti intorno al 1582 registra l'introduzione del calendario gregoriano. I libri di ragione sono quaderni personali che possono contenere sia informazioni economiche, contabilità domestica o artigianale, sia elementi della vita quotidiana, eventi familiari, trascrizioni di almanacchi ecc. Erano normalmente tenuti dal capo famiglia.
Molto giustamente, F. Maiello ne deduce che il nostro modo attuale di orientarci nel tempo tramite anni, mesi e giorni del mese, insomma tramite date, era ben lontano dall'essere entrato nelle abitudini. La citazione precisa di un giorno, per esempio il 24 agosto 1572, era rara. Più spesso ci si riferiva alle feste religiose, come San Bartolomeo, per restare nello stesso esempio.
"Nelle campagne francesi i contadini si orientavano nel tempo grazie ai fenomeni stagionali ma anche alle feste, e in particolare a quelle dei santi", scrive Maiello. Ne sono prova i proverbi che conosciamo ancora oggi. Prendiamone uno a caso: «A Santa Lucia il giorno cresce quanto il salto di una pulce».
Una scelta meno casuale di quanto sembri. Prima della riforma, Santa Lucia cadeva il 23 dicembre, cioè subito dopo il solstizio. Dopo la riforma, invece, con dieci giorni in meno, Santa Lucia si ritrovò anticipata al 13 dicembre, periodo in cui le giornate continuano ancora ad accorciarsi.
Nel 1588 Etienne Tabourot des Accords tentò di sostituire quel proverbio con «Il sole, la vigilia di Natale, sguscia via». Senza successo.
Resta però vero che il nuovo calendario toccava anche tutto ciò che non era una misura quantitativa del tempo. Senza contare le scadenze per il pagamento degli affitti agricoli e delle altre tratte.
J. Delatour ci aiuterà a vedere più chiaramente quale accoglienza fu riservata alla riforma gregoriana nelle diverse classi della popolazione.
A parte qualche iniziato, la maggior parte della popolazione francese fu colta di sorpresa da questa riforma, applicata in modo piuttosto brusco. Tra l'ordinanza reale del 2 novembre e la soppressione dei dieci giorni di dicembre passò ben poco tempo. Come avremmo reagito noi se il passaggio all'euro fosse avvenuto nello stesso modo, all'improvviso e senza spiegazioni?
Secondo J. Delatour, il nuovo calendario fu accolto in maniera diversa a seconda, da una parte, del livello di istruzione e, dall'altra, della religione.
Nel campo dei contratti, tutto andò relativamente bene. Il Parlamento di Parigi aveva insistito sul fatto che le scadenze non sarebbero state accorciate di dieci giorni. Da parte loro, i tribunali regi vigilarono affinché questa regola fosse rigorosamente rispettata.
I più istruiti, invece, accolsero il nuovo calendario piuttosto favorevolmente, senza perdere l'occasione, lungo il cammino, di «biasimare l'oscurantismo popolare», come scrive Delatour.
Il miglior testimone di questa ricezione contrastata della riforma a seconda dei ceti è forse Montaigne, che talvolta si lamenta di questo cambiamento:
"Che l'eclissamento nuovo dei dieci giorni del Papa mi ha preso così in basso, che non riesco proprio ad abituarmici. Sono di anni nei quali contavamo altrimenti. Un uso così antico e lungo mi richiama e mi trattiene. Sono costretto a essere un po' eretico su questo punto. Incapace di novità, anche correttiva. La mia immaginazione, malgrado i miei denti, si getta sempre dieci giorni più avanti o più indietro, e brontola nelle mie orecchie."
E talvolta constata che in fondo nulla cambia davvero nella vita dei contadini, i quali si servono di un'altra misura del tempo:
"Quanti cambiamenti devono seguire questa riforma! Fu davvero come smuovere insieme cielo e terra. E tuttavia non c'è nulla che si sposti dal suo posto: i miei vicini trovano l'ora delle semine, del raccolto, l'opportunità dei loro affari, i giorni nocivi e quelli propizi, nello stesso punto preciso in cui li avevano sempre collocati."
Michel Eyquem de Montaigne (1533-1592). Dopo gli studi di diritto divenne magistrato, prima a Périgueux e poi al parlamento di Bordeaux.
Nel 1571 decise di ritirarsi nella «librairie» del suo castello, in Dordogna, per leggere e scrivere. Era in una posizione ideale per giudicare l'impatto della riforma gregoriana sulla vita quotidiana degli agricoltori.
E gli scienziati? Essi constatarono molto presto le falle della riforma gregoriana, un anno ancora troppo lungo, l'assenza di compensazione per i giorni eccedenti accumulati tra la riforma giuliana e il concilio di Nicea. Anche le loro reazioni furono molto diverse. Misurata quella del protestante Scaliger, «inventore» del giorno giuliano. Violenta quella di un altro protestante, il matematico François Viète, che, secondo Delatour, "accusava Clavius di aver snaturato i principi del calendario concepito da Lilio al punto da ridurre il calendario gregoriano al rango di calendario volgare". Clavio confutò facilmente argomenti che non tenevano conto delle realtà pratiche.
Poco a poco, volenti o nolenti, il calendario gregoriano finì per imporsi in Francia.
La riforma in Inghilterra: «ridateci i nostri undici giorni!»
Prima di tutto, una piccola carta della Gran Bretagna e dei suoi possedimenti nel 1763, anno vicino a quello della riforma in Gran Bretagna.
Un precursore
Non possiamo comunque dimenticare che, se nel 1263 papa Clemente IV avesse prestato attenzione alle esortazioni di Roger Bacon a una riforma del calendario, avremmo forse conosciuto un calendario «clementino».
Bacon, infatti, segnalava al papa, nelle sue opere Opus majus e Opus tertium, che il fenomeno della precessione degli equinozi faceva sì che l'anno del calendario anticipasse di circa 11 minuti all'anno rispetto all'anno solare. Il che dà un giorno intero ogni 120 anni e comporta che la Pasqua venga celebrata in una data errata.
Polemista instancabile, filosofo audace, matematico, logico, grammatico e sperimentatore di prim'ordine, Roger Bacon (1212-1294) è la figura più originale del pensiero francescano del XIII secolo.
Definendosi egli stesso «molto sapiente in tutte le scienze» e lettore di Aristotele «più di chiunque altro» prima di lui, è insieme il primo promotore del metodo sperimentale e il più grande linguista del suo tempo. Encyclopédie universalis.
Fu un errore rimettere in discussione gli insegnamenti della Chiesa, e le veementi suppliche di Bacon rimasero lettera morta.
Un tentativo fallito
Nel 1582 Francis Walsingham, consigliere della regina Elisabetta I, riceve una copia della bolla Inter gravissimas in una corrispondenza diplomatica e la trasmette, per parere, a nome del Consiglio Privato, un'assemblea ristretta di una ventina di persone tutte devote alla regina, a John Dee.
John Dee è un personaggio affascinante e disorientante. Scienziato e matematico di prim'ordine, praticava tuttavia l'astrologia. Fu realizzando l'oroscopo di Maria Tudor che entrò a corte. La sua influenza fu tale che la regina Elisabetta I, seguendo le sue predizioni e i suoi consigli, fissò la propria incoronazione al 17 gennaio 1559. Filosofo, praticava però anche la magia. Convinto copernicano, sosteneva allo stesso tempo di conversare con gli angeli.
La reputazione scientifica di John Dee (1527-1606), astronomo, geografo e matematico del XVI secolo, nacque dalle sue ricerche in alchimia, astrologia e occultismo. Nominato astrologo reale, stabilì gli oroscopi di Elisabetta I. Anche consulente scientifico della corte, fu portato nel 1553 davanti alla Star Chamber e accusato, senza successo, di stregoneria e di eresia. Trent'anni più tardi, la folla, spaventata dalle sue conoscenze in materia di magia nera, distrusse la sua casa e la sua biblioteca, la più grande collezione filosofica e scientifica dell'Inghilterra elisabettiana. © 1993-2003 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.
Dotato di una biblioteca personale considerata una delle più ricche del regno, al corrente di tutte le pubblicazioni astronomiche, conosceva a fondo i moti del Sole e della Luna.
Si capisce quindi quanto fosse in grado di fornire un parere più che autorevole sulla questione del calendario che Walsingham gli sottoponeva.
Dee si mise quindi al lavoro con entusiasmo e consegnò a Lord Treamer Burghley, consigliere della regina, un trattato di 62 pagine: "Leale esposizione e umili consigli alla nostra graziosa regina Elisabetta, affinché Sua Altissima Maestà si degni di consultarli e considerarli, riguardo alla necessaria riforma del calendario ordinario per il computo e la verifica degli anni e dei giorni civili, secondo il tempo realmente trascorso".
Questo titolo contiene già quasi tutto ciò che verrà sviluppato nel resto del testo. Soffermiamoci su alcune parole.
- Consigli umili. Quanto all'aggettivo «umili», si potrebbe dubitarne leggendo l'epigrafe in versi del frontespizio: "Giulio Cesare, aiutato dal sapiente Sosigene, volle promulgare l'antico calendario. Come un altro Cesare, la nostra celebre regina si degnò di affidare quest'opera a John Dee". Lucidare le scarpe della regina, passi ancora. Ma paragonarsi a Sosigene... lasciamo stare.
- Verifica degli anni: la prima parte dell'opera, tutta teorica, confronta la lunghezza degli anni secondo gli astronomi più antichi e quelli più moderni, tra cui Copernico e Maestlin, acceso critico della riforma gregoriana.
- Giorni civili: Dee si colloca deliberatamente su un piano strettamente civile e astronomico. Non si tratta dunque di modificare la collocazione delle feste religiose.
- Secondo il tempo realmente trascorso: Dee conferma la deriva del calendario giuliano di 10 giorni dopo Nicea. Ma, da buon protestante, non accorda alcuna importanza a Nicea e calcola i giorni da sopprimere a partire dalla nascita di Gesù. Bisogna sopprimerne undici e non dieci. Propone di recuperare i giorni nel 1583 sopprimendone due o tre ogni mese tra maggio e settembre. Così sperava di evitare di toccare le feste e di risolvere i problemi legati alle scadenze di ogni genere.
Alla fine, però, in un progetto di calendario per il 1583, Dee ne soppresse soltanto 10.
Perché questa differenza? Esistono due interpretazioni che riporto senza poterle verificare davvero.
La prima è che Burghley avrebbe sottoposto il testo di Dee ad altri tre consiglieri della regina e che questi, pur riconoscendo la validità dei suoi calcoli, avrebbero ritenuto preferibile adottare un calendario in fase con quello degli altri Paesi del mondo che stavano facendo propria la riforma gregoriana. Poiché Nicea era stata convocata da Costantino e non dal papa, l'onore protestante risultava salvo.
La seconda è che nessuno lo avrebbe costretto, salvo il suo stesso sistema di anni bisestili, basato su un ciclo di 33 anni ideato da un cappellano di nome Richard Monk. Dee aveva concepito il suo primo calendario nel 1582 e servivano 11 giorni di recupero. Ma, rifacendo i calcoli per il 1583 e tenendo conto del suo sistema di anni bisestili, avrebbe aggiunto una nota secondo cui dieci giorni erano ormai sufficienti, perché per lui il 1583 sarebbe stato bisestile. Tutto questo meriterebbe una verifica seria.
Comunque sia, bisognava ancora ottenere l'approvazione della Chiesa anglicana prima di mettere in atto la riforma. L'approvazione fu dunque chiesta... e non fu ottenuta.
La Chiesa, nella persona di Edmond Grindal, arcivescovo di Canterbury, dopo aver tergiversato a lungo e aver dovuto perfino essere sollecitato dalla regina, avanzò ragioni puramente religiose: "Considerando che il vescovo di Roma è un Anticristo, non possiamo comunicare con lui in alcuna cosa".
Dee replicò, giustamente, che non è il papa a fare il calendario, ma l'astronomia. Fu presentato in Parlamento un progetto di legge, "Atto che conferisce a Sua Maestà l'autorità di emendare il nostro calendario e adeguarlo al nuovo calendario in uso negli altri Paesi".
E tutto finì lì.
Si può ragionevolmente pensare che la «Sua Maestà» in questione non volesse entrare in guerra aperta con la propria Chiesa in un'epoca in cui il conflitto crescente con la Spagna bastava già a occuparle le giornate.
Furono fatti altri due tentativi di riforma del calendario, nel 1645 e nel 1699, con le stesse reazioni negative da parte della Chiesa.
È questo che avrebbe fatto dire più tardi all'astronomo Johannes Kepler (1571-1630): "I protestanti preferiscono essere in disaccordo con il Sole piuttosto che in accordo con il papa." Pare che questa frase sia stata ripresa da Voltaire. Mi piacerebbe sapere dove.
Una riforma preparata nei minimi dettagli
Le cose, però, non rimasero esattamente ferme lì.
Perché nel 1700 il divario aumentò di un giorno ancora. Quell'anno era bisestile nel calendario giuliano e non in quello gregoriano.
Perché il 1707 vide l'Atto d'Unione dare vita a un vero regno di Gran Bretagna, Inghilterra, Scozia e Galles, precursore del futuro Regno Unito del 1801. E poiché la Scozia aveva adottato dal 1600 lo stile del 1 gennaio, pur restando nel calendario giuliano, mentre l'Inghilterra era ancora allo stile del 25 marzo, per tre mesi si aveva una differenza di un anno nelle date.
Perché nel 1750 l'Inghilterra era riconosciuta come una delle nazioni all'avanguardia del progresso scientifico in generale e dell'industria orologiera in particolare. Faceva quindi una brutta figura continuare a conservare un calendario «primitivo» che non aveva più alcuna giustificazione scientifica.
Perché, nello stesso periodo, l'Inghilterra era diventata una grande potenza economica e commerciale mondiale. Anche se gli inglesi si arrangiavano più o meno bene con il loro calendario e con quello gregoriano, datando la corrispondenza internazionale sia secondo il vecchio stile, Old Style, sia secondo il nuovo stile, New Style, la cosa restava piuttosto fastidiosa, sia per loro sia per i loro interlocutori.
Insomma, l'Inghilterra era matura per una riforma. Mancava solo un elemento scatenante e una volontà politica per realizzarla. Entrambi si presentarono nel 1750. L'elemento scatenante si chiamava George Parker e la volontà politica Philip Dormer Stanhope conte di Chesterfield, Lord Chesterfield per gli amici.
Tutto comincia il 10 maggio 1750 alla Royal Society, con un discorso noioso quanto il suo titolo: «Osservazioni sugli anni solari e lunari...».
L'autore di questo testo triste quanto la mia pagina sul calendario liturgico era George Parker, secondo conte di Macclesfield, astronomo dilettante e, cosa non da poco, amico di James Bradley, l'astronomo reale che non ha più bisogno di presentazioni.
Ai suoi compatrioti che non si erano addormentati, ammesso che ce ne fossero, Parker spiegò quanto il loro calendario fosse errato, sia per la durata dell'anno sia per il calcolo della data di Pasqua. In fondo, ciò che Dee aveva già detto 170 anni prima.
Se c'era uno che non dormiva ascoltando quel discorso, era Lord Chesterfield che, pur non essendo specialista, decise di impegnarsi personalmente nella riforma del calendario.
Chesterfield nacque a Londra. Dopo gli studi a Cambridge, intraprese la carriera politica nel 1715, fu eletto alla Camera dei Comuni ed entrò poi alla Camera dei Lord nel 1726, succedendo al padre. Sostenitore della politica di Robert Walpole, divenne ambasciatore nei Paesi Bassi (1728-1732); in seguito, estromesso per essersi opposto all'istituzione di una nuova tassa, passò all'opposizione. Tra il 1745 e il 1764 ricoprì la carica di lord lieutenant d'Irlanda, cercando di riconciliare le fazioni nemiche, poi quella di segretario di Stato presso Giorgio II. Morì a Londra il 24 marzo 1773.
Forse non sapeva molto di astronomia, ma era un uomo brillante e scaltro. Così scelse l'astuzia e i nuovi mezzi di comunicazione: la stampa. Con uno pseudonimo pubblicò su The World, giornale londinese, articoli insieme didattici e divertenti. A forza di scriverli, divenne, come disse lui stesso al figlio, «una sorta di astronomo mio malgrado», lasciando in francese nel testo l'espressione malgré moi.
Finì per ottenere l'adesione dei membri del suo partito e presentò alla Camera dei Lord una proposta di legge intitolata «Legge per regolare l'inizio dell'anno e rettificare il calendario in uso».
La lettera che scrisse al figlio è molto rivelatrice dei mezzi impiegati: "... cominciai col consultare i migliori giuristi e i più abili astronomi e insieme confezionammo un progetto di legge... Avrei potuto presentare un testo infarcito di calcoli astronomici di cui non capivo una parola... Decisi quindi di sedurre piuttosto che convincere e raccontai loro la storia dei calendari... con aneddoti capaci di divertire... Pensarono che sapessi moltissimo, dal momento che non li annoiavo, e molti giurarono che avevo fatto loro capire tutto perfettamente...".
La partita era vinta, e, come riconobbe egli stesso, fu proprio la sua strategia a far passare una legge difficile.
La legge, dopo le tre letture di rito, fu adottata il 17 maggio 1751 e promulgata il 22 maggio 1751 dal re Giorgio II.
Bisogna riconoscere che il testo elaborato dal Parlamento e da Chesterfield era un modello del genere. Conciso, chiaro, completo, l'esatto contrario dei testi ampollosi e interminabili dell'epoca.
Non lo riprodurremo qui perché è relativamente lungo e scende in dettagli non troppo rilevanti per il nostro argomento. Lo si può trovare integralmente, suddiviso in paragrafi, qui.
Che cosa dice questo testo?
Anzitutto, l'inizio dell'anno viene fissato al 1 gennaio a partire dal 1752. Il 1751 avrà quindi contato soltanto 282 giorni, perché al 31 dicembre 1751 seguirà il 1 gennaio 1752.
Poi, la legge ordina la soppressione di 11 giorni nell'anno 1752 in Inghilterra e nelle sue colonie. A mercoledì 2 settembre 1752 seguirà giovedì 14 settembre.
Inoltre, il nuovo calendario si impone a tutti: clero, civili, pubblico e privato.
Il sistema degli anni bisestili e la fissazione della data di Pasqua si conformano al metodo gregoriano senza nominarlo esplicitamente.
Infine, tutto il resto del testo mira a prevenire i problemi economici, religiosi, giuridici e amministrativi che potrebbero derivare dalla riforma. Ci passa di tutto: riunioni e assemblee di ogni corpo, convenzioni, consuetudini, trattative commerciali, date di fiere e mercati, transazioni, contratti, interessi, affitti, agi, età legale della maggiore età a 21 anni, fine dell'impiego dei domestici e persino i detenuti prossimi alla liberazione... un vero capolavoro di inventario. L'esatto contrario della Francia, che trattava i problemi uno per uno davanti ai tribunali. Tutto era previsto... tranne...
Tranne la reazione della Chiesa. Forse ci si aspettava ancora una ferma opposizione. Non accadde nulla del genere e la Chiesa, forse consapevole di avere sulla coscienza 170 anni di rifiuti poco giustificati, accolse la riforma con benevolenza, arrivando persino a inventare il motto «Nuovo stile, stile vero».
Tranne il fatto che i banchieri londinesi rifiutarono di pagare le imposte alla data tradizionale del 25 marzo 1753, pretendendo di pagarle 11 giorni più tardi, il 5 aprile 1753. Da allora questa è rimasta la data limite per il pagamento delle imposte in Gran Bretagna.
Tranne le manifestazioni al grido di «Ridateci i nostri undici giorni!». Non furono però così numerose come si è voluto credere. Al massimo ce ne furono alcune a Londra e a Bristol. Opera di persone un po' agitate, preoccupate per i propri «interessi», irritate dal cambiamento della data delle feste religiose o convinte di vedersi sottrarre 11 giorni di salario. Quanti, davvero, pensavano che venissero loro sottratti 11 giorni di vita?
Eravamo comunque ben lontani dalla sommossa, e quel grido sarebbe quasi passato inosservato senza le incisioni di William Hogarth. Guardate bene il cartello a terra, sotto la gamba del calvo.
William Hogarth (1697-1764), un inglese tipico fino alla caricatura, nazionalista, francofobo, attaccato alle libertà pubbliche e al sistema politico di monarchia parlamentare che allora prende forma nel suo Paese, pienamente coinvolto nella crescita economica, nei mutamenti sociali e nei dibattiti intellettuali dell'Inghilterra georgiana. Eppure, se le sue opere costituiscono spesso preziosi documenti storici, la sua arte non si riduce alla semplice illustrazione della sua epoca. Encyclopédie universalis.
Si può dire che gli inglesi adottarono nel 1751-1752 il calendario gregoriano?
- Se ci si attiene al risultato, bisogna riconoscere che sì. Il calendario inglese del «nuovo stile» somiglia in tutto e per tutto al calendario gregoriano.
- Se invece si tiene conto delle motivazioni della riforma, la risposta è incontestabilmente no. Come abbiamo visto nella pagina dedicata al calendario gregoriano, l'unico scopo di Gregorio XIII era fissare la data della Pasqua nell'anno ed evitarne la deriva.
Le motivazioni di Lord Chesterfield non erano affatto religiose, ma civili. Si può quindi dire che in Inghilterra vi fu una riforma del calendario giuliano, in modo da farlo coincidere con il calendario gregoriano delle altre nazioni. Ma non ci fu un'adozione del calendario gregoriano.
Anche se, alla fine, il risultato è lo stesso.
La riforma in Svizzera: senza fretta
Se volessimo dare un «via» all'inizio della riforma gregoriana in Svizzera, o più precisamente nella Confederazione dei XIII cantoni, nel 1582, dovremmo dare il «stop» finale nel 1812, cioè più di 230 anni dopo.
Perché un tempo così lungo per passare dal calendario giuliano a quello gregoriano?
Essenzialmente per due ragioni:
- La prima è che la Svizzera, nel 1582, stava ancora assorbendo gli effetti delle due guerre di religione tra cattolici e protestanti, terminate con la battaglia di Kappel nel 1531, e che ogni cantone era autorizzato a scegliere la propria religione. Il cattolicesimo prevalse nelle regioni montane del Paese, mentre il protestantesimo divenne dominante nelle grandi città e nelle valli più fertili.
- La seconda è che Confederazione non significa Stato, e che si poneva il problema dei baliaggi comuni, territori soggetti appartenenti a più cantoni. Che fare quando i cantoni «proprietari» erano l'uno protestante e l'altro cattolico? E che fare quando la Landsgemeinde, istituzione di democrazia diretta presente in alcuni cantoni, il cui scopo è risolvere problemi collettivi riunendo i cittadini del comune o del cantone, fonte Wikipedia, aggiungeva la propria voce?
Prima di cercare di capire meglio le tappe della riforma gregoriana in sé, ricordiamo alcune grandi linee della storia della Confederazione svizzera che ci aiuteranno a comprenderle.
Suddivisione della Confederazione dei XIII cantoni e culti tra XVI e XVII secolo
La Confederazione comprende quindi
- 13 cantoni propriamente detti:
- 7 cattolici con dieta a Lucerna: Uri, Svitto, i 2 Unterwald, Obvaldo e Nidvaldo, Lucerna, Zugo, Friburgo e Soletta.
- 4 riformati con dieta ad Aarau: Zurigo, Basilea, Berna e Sciaffusa.
- 2 misti: Glarona e Appenzello, diviso tra Rodi Esterne protestanti e Rodi Interne cattoliche, e i baliaggi comuni, Argovia e Ticino cattolici, Turgovia protestante.
- Gli alleati più stretti: Bienne, città e abbazia di San Gallo partecipano alla Dieta, che conta 16 membri.
- Gli alleati semplici:
- Il Vallese, con il vescovo in posizione preminente, e le tre Leghe Grigie, federazione di comuni piuttosto autonoma, sono alleati di alcuni cantoni.
- Il principato di Neuchâtel è alleato di Berna e Soletta.
- Ginevra è alleata di Berna e Zurigo.
- Mulhouse è alleata dei protestanti nel 1586.
- Abbazia di Engelberg e Gersau.
- I territori soggetti appartengono a uno o più cantoni, baliaggi comuni, o a un alleato:
- Orbe, Echallens, Montagny-sur-Yverdon, Grandson e Morat appartengono a Berna e Friburgo.
- Il Ticino centrale appartiene a Uri, Svitto e Unterwald.
- Argovia e Turgovia appartengono a 8 cantoni.
- Il sud e l'ovest del Ticino appartengono ai 13 cantoni, salvo Appenzello, o a un alleato.
- La Leventina appartiene a Uri.
- La Valtellina appartiene ai Grigioni.
- Il Vaud e l'Argovia occidentale appartengono a Berna.
- Il Basso Vallese appartiene all'Alto Vallese.
Per sapere tutto sui cantoni attuali, si veda l'eccellente pagina di Wikipedia qui.
Evoluzione della riforma gregoriana
Ricordiamoci della frase di Johannes Kepler (1571-1630): "I protestanti preferiscono essere in disaccordo con il Sole piuttosto che d'accordo con il papa."
Se vi si aggiunge quella di un abitante di San Gallo, "se volessi far firmare ai XIII cantoni e ai Paesi alleati una dichiarazione che affermi che d'inverno c'è neve, non basterebbero una dozzina di referendum", si capisce già meglio perché la riforma gregoriana avrebbe impiegato così tanto tempo a essere applicata in tutta la Confederazione.
La riforma fu presentata per la prima volta alla dieta generale dei cantoni il 10 novembre 1583.
Con un certo effetto di ritardo chiamato Landsgemeinde, i cantoni cattolici, nella loro grande maggioranza, obbedirono al papa e vi si passò dall'11 gennaio 1584, ultima data giuliana, al 22 gennaio 1584, prima data gregoriana. Perfino Landeron, alleata di Soletta, seguì il movimento.
Obvaldo e Nidvaldo trascinarono ancora i piedi per un mese prima di adottare la riforma, su intervento del vescovo di Costanza Marc Sittich presso i suoi fedeli delle Rodi Interne. Non si conosce la data esatta del cambiamento di calendario. Le Rodi Esterne, invece, avrebbero aspettato il 1724, se non addirittura il 1798. Ancora oggi il piccolo villaggio di Urnäsch, circa 2.500 abitanti, festeggia il Capodanno due volte: il 31 dicembre e il 13 gennaio, si veda qui.
«Apriamo una piccola parentesi per evocare la diocesi di Basilea. Nel 1583 aveva già perso la città di Basilea e sarebbe diventata alleata dei cantoni cattolici soltanto nel 1589.
Secondo il conservatore degli AAEB, Archives de l'ancien Évêché de Bâle, che ringrazio vivamente per le informazioni fornite, il cambiamento di data avvenne tramite due mandati: uno del 3 gennaio 1584 che faceva passare, come nei cantoni cattolici, dall'11 gennaio 1584, ultima data giuliana, al 22 gennaio 1584, prima data gregoriana. Ma, cosa sorprendente, questo mandato era stato preceduto da un altro, datato 15 ottobre 1583, che ordinava di passare dal successivo 20 ottobre al 30 ottobre 1583. Poiché le due riforme non possono sommarsi, sarebbe interessante sapere quale popolazione fosse interessata da quella del 15 ottobre 1583. Se avete elementi al riguardo, non esitate a contattarmi.
Naturalmente, i cantoni riformati, comprese le parti riformate del vescovado di Basilea, rifiutarono il nuovo calendario. Trascinarono i loro alleati in un movimento di resistenza, guidato dai potenti cantoni di Zurigo e Berna.
A complicare ulteriormente il quadro, c'era il problema dei baliaggi comuni, Turgovia, Argovia..., dove regnava il pluralismo confessionale perché erano soggetti di cantoni di confessioni diverse.
Dopo discussioni e trattative si arrivò a un compromesso nel 1585 che si può riassumere con: ognuno fa come vuole. Ne risultò che le diete generali sarebbero state fissate secondo il nuovo calendario. Le feste religiose sarebbero state celebrate nel nuovo calendario, ma i protestanti avrebbero potuto celebrare alcune feste secondo il nuovo stile, a meno che il comune non fosse a maggioranza cattolica o protestante.
Quanto alle città, ai cantoni protestanti e agli alleati, restarono al calendario giuliano.
Così si videro feste come il Natale o la Pasqua celebrate a dieci giorni di distanza nella stessa chiesa, nelle piccole comunità che condividevano la stessa chiesa tra cattolici e protestanti.
Questa cacofonia durò fino al 1700-1701, con qualche cambiamento sporadico.
Così il Basso Vallese, territorio soggetto, passò al calendario gregoriano nel 1622, mentre l'insieme del Vallese passò dal 1 marzo 1656, calendario giuliano, all'11 marzo 1656, calendario gregoriano. Naturalmente fanno eccezione quelli che praticavano già il nuovo calendario. Si può immaginare il caos tra il 1622 e il 1656, quando molti scritti dovevano riportare due date.
Il 13 febbraio 1700 i dirigenti di Ginevra avvertirono i loro alleati di Berna e Zurigo che gli Stati protestanti di Germania progettavano di passare al nuovo calendario il 1 marzo successivo e chiesero il loro parere. Berna, in accordo con Zurigo, rispose... che non c'era nessuna fretta e che se ne sarebbe riparlato alla prossima conferenza dei cantoni evangelici.
La conferenza si tenne dal 10 al 14 aprile, giuliano, ad Aarau, in presenza dei cantoni protestanti di Zurigo, Berna, Basilea e Sciaffusa, delle parti protestanti di Glarona e Appenzello e delle città alleate di Bienne, San Gallo, Mulhouse, Neuchâtel e Ginevra. Vi si esaminò una lettera del 30 dicembre 1699 proveniente dai partecipanti alla dieta di Ratisbona, dieta dell'Impero dal 1663, con cui essi informavano della loro decisione di adottare il nuovo calendario. Le ragioni erano economiche.
Fu poi in una nuova conferenza riunita a Baden nel luglio del 1700 che si decise che l'anno 1701 sarebbe cominciato il 12 gennaio. Si sarebbe quindi passati dal 31 dicembre 1700, giuliano, al 12 gennaio 1701, gregoriano.
Si deve poi parlare davvero di «calendario gregoriano»? Perché la conferenza di Baden tiene molto a precisare che i partecipanti alla dieta di Ratisbona avevano deciso di adottare non il «calendario gregoriano», ma il «calendario giuliano riformato».
Se la riforma fu attuata nella maggior parte dei cantoni protestanti e degli alleati riuniti ad Aarau, alcuni continuarono ancora a opporre resistenza, come la città di San Gallo, che aspettò il 1724, e la parte riformata di Glarona, che adottò il calendario giuliano riformato solo nel luglio 1798.
Nei Grigioni, seguire l'evoluzione della riforma gregoriana è quasi impossibile. Schematizzando, si può dire che il passaggio al nuovo calendario si fece verso il 1623-1624 nei comuni cattolici e in ordine sparso nei comuni «misti», metà del XVII secolo per i cattolici e un secolo più tardi, o anche oltre, per i protestanti.
La lunga storia della riforma gregoriana in Svizzera terminò nel 1812, quando due piccoli villaggi dei Grigioni, Schiers e Grüsch, nel distretto del Prättigau, costretti a farlo, adottarono finalmente questo nuovo calendario che esisteva già da quasi 250 anni. Record europeo per questi due villaggi irriducibili. Astérix aveva fatto scuola.
La riforma in Russia: bisognerà aspettare... più di tre secoli
Cominciamo col definire il teatro delle operazioni.
Per chi fosse interessato a una cronologia della storia russa, consiglio questo sito. Evitiamo di andare a cercarla su Wikipedia, col rischio di perdersi l'esistenza di Pietro il Grande. Nientemeno.
Perché non dedicare una pagina intera al solo calendario russo?
Ci ho pensato a lungo, ma non si può dire che il calendario russo, in qualunque epoca lo si consideri, presenti caratteristiche proprie tali da farne un calendario davvero originale. Con anni di ritardo, e talvolta con secoli di ritardo, la Russia si limita ad adottare ciò che gli altri Paesi possiedono e usano già da tempo.
Tuttavia, per non tralasciare nulla, seguiremo le evoluzioni e le modifiche di questo calendario anche ben al di là della sola riforma gregoriana.
Prima di tutto, un calendario bizantino
I russi utilizzarono il calendario giuliano fino al XX secolo.
Più precisamente, utilizzarono il calendario bizantino, che altro non è se non il calendario giuliano con alcune varianti:
- L'inizio dell'anno vi è fissato al 1 settembre. A questo proposito si legge talvolta, senza fonti davvero serie, che nel vecchio impero russo l'anno civile cominciava il 1 marzo e che fu solo per volontà di Ivan III, 1462-1505, che si passò al 1 settembre.
- L'epoca, cioè l'anno 1, di questo calendario è fissata al 5509-5508 a.C., data che sarebbe quella della creazione del mondo nell'era bizantina, o di Costantinopoli.
- I nomi dei mesi derivano dalla trascrizione greca dei mesi latini. E, già che ci siamo, vediamo un po' questi nomi, aggiungendo anche quelli dei giorni della settimana per questo periodo.
Due domande da porsi:
- Quale tipo di calendario era in uso nell'antica Russia prima del calendario bizantino? La risposta è semplice: beh... mah... non si sa troppo.
- Dove si collocava il giorno bisestile nel calendario bizantino? Come nel calendario giuliano, raddoppiando il 24 febbraio, sesto giorno prima delle calende di marzo.
Dal calendario giuliano al calendario gregoriano
È a Pietro il Grande (1672-1725) che i russi devono le modifiche che tendono a trasformare il calendario bizantino in un puro calendario giuliano.
Pietro I Alexeievitch, soprannominato Pietro il Grande, primo imperatore di tutte le Russie, nato al Cremlino di Mosca il 9 giugno (30 maggio) 1672 e morto a San Pietroburgo l'8 febbraio (28 luglio) 1725. I russi gli devono modifiche importanti del loro calendario, ma non compirà il passo della riforma gregoriana.
Contro l'opposizione della Chiesa, decide che l'anno comincerà il 1 gennaio. Inoltre fa contare gli anni secondo l'era cristiana. Il 1 gennaio 7208 diventa così il 1 gennaio 1700, che segna l'inizio dell'anno. Siamo ancora in un calendario giuliano, mentre il calendario gregoriano esiste già da quasi 130 anni. Nel 1709 viene stampato il primo calendario giuliano russo, 127 anni dopo la nascita del calendario gregoriano.
Va comunque notato che il dipartimento russo degli affari esteri utilizza il calendario gregoriano nei rapporti con i Paesi stranieri già dal XV secolo.
Nel 1829 un progetto di revisione del calendario viene presentato dal Dipartimento dell'Istruzione Pubblica all'Accademia delle Scienze.
È il principe Lieven, quale dei Lieven? non è chiarissimo, a sottoporre il progetto allo zar Nicola I, facendolo a pezzi, il progetto, s'intende, non lo zar. Lo denuncia come «prematuro, inutile e tale da provocare sconvolgimenti e confusione di spirito tra la gente». E aggiunge che "il vantaggio di una simile riforma sarebbe debole e insignificante, mentre gli inconvenienti e le difficoltà sarebbero inevitabili e grandi".
Lo zar annota sul rapporto: «Le osservazioni del principe Lieven sono esatte e giuste» e così quel progetto di riforma finì lì.
Bisognerà aspettare il 1918 perché la riforma gregoriana si imponga, più o meno, nell'Unione Sovietica.
Vladimir Il'ič Ul'janov, detto Lenin, l'uomo della Lena, 22 aprile 1870 - 21 gennaio 1924, fondatore del partito bolscevico e fondatore dell'Unione Sovietica, imporrà, dopo la rivoluzione d'ottobre, lo «stile gregoriano».
L'iniziativa della riforma spetta a Lenin, con l'obiettivo, a suo dire, «di essere in accordo con tutti i Paesi civilizzati del mondo».
In base a un decreto del Consiglio dei commissari del popolo del 24 gennaio 1918, viene adottato il calendario corretto, chiamato «nuovo stile».
Questa adozione richiede la soppressione di 13 giorni e al 31 gennaio 1918 del calendario giuliano segue il 14 febbraio 1918 nel nuovo calendario.
Se il governo bolscevico accetta ufficialmente questo calendario, non altrettanto fa la Chiesa ortodossa russa che, fedele alla tradizione, continua a usare il vecchio calendario giuliano.
E non c'era soltanto la Chiesa. Perché nel 1918 i russi sono nel pieno della guerra civile, e di fronte ai «Rossi» come Lenin ci sono i «Bianchi» come Kolčak, che continueranno a usare il calendario giuliano dopo che i bolscevichi avranno adottato il calendario gregoriano.
Di conseguenza, come in Francia, in Svizzera e in molti altri Paesi, l'adozione del calendario del nuovo stile avverrà in ordine sparso. Il decreto sarà applicato subito a Mosca e a San Pietroburgo. Ma Omsk aspetterà la fine di ottobre del 1918, e le repubbliche dell'estremo Est lo faranno solo nel 1920, man mano che le truppe bianche subiranno sconfitte.
Una strana settimana di 5 giorni
Una volta accettato il calendario gregoriano per gli usi civili, si potrebbe pensare che, con l'abitudine, non sarebbe più cambiato nulla nel suo impiego.
Accadde esattamente il contrario, e due successivi sconvolgimenti riguardanti la settimana ebbero un impatto sul nuovissimo calendario russo del nuovo stile.
Sorvoliamo rapidamente su un tentativo fallito di introdurre un calendario rivoluzionario come in Francia. Secondo Toke Norby, questo tentativo ebbe luogo nel 1923.
Il primo vero sconvolgimento avvenne in realtà nel 1929. Eviatar Zerubavel, che ha studiato da vicino il fenomeno, ne racconta i dettagli nel suo libro The Seven Day Circle (The University of Chicago Press, 1985).
Nel maggio del 1929 un economista, Jurij Larin (1882-1932), propone al quinto Congresso dell'Unione Sovietica di riformare la settimana lavorativa di 7 giorni a favore di una settimana di produzione ininterrotta, la nepreryvka. La proposta non incontra un entusiasmo travolgente, ma interessa un certo... Iosif Stalin.
L'idea si fa rapidamente strada e chi vi si oppone viene subito bollato come «burocrate sabotatore controrivoluzionario». Così, il 26 agosto 1929, con decreto, il Consiglio dei commissari del popolo dell'URSS annuncia che dal 1 ottobre 1929 entrerà in vigore una «settimana continua dei lavoratori» per tutte le imprese e gli uffici, in sostituzione della settimana tradizionale discontinua.
Ma... si staranno chiedendo alcuni di voi... in che cosa consiste questo sconvolgimento, come si manifesta e quali sono le motivazioni di chi vuole metterlo in pratica?
Ci arriviamo, ma le cose sono piuttosto complesse e conviene procedere con calma se si vuole capirci qualcosa.
Nel 1928 è l'epoca della corsa massiccia all'industrializzazione in conformità con il primo piano quinquennale. E questa industrializzazione passa attraverso un'ottimizzazione feroce dell'uso degli strumenti di lavoro. Bisogna quindi che l'apparato produttivo funzioni 7 giorni su 7, e questo non si può ottenere se tutti hanno lo stesso giorno di riposo settimanale. Occorre allora fare in modo che gli operai prendano il loro giorno di riposo in giorni diversi della settimana.
Larin era un economista, e il suo «300 o 360?» deve probabilmente essere inteso come una domanda posta unicamente in funzione dell'ottimizzazione dello strumento di lavoro. Sarebbe bastato quindi distribuire i giorni di riposo settimanali tra i vari giorni della settimana secondo una tecnica da inventare, e il gioco sarebbe stato fatto.
Che cosa accadde realmente? Non lo si sa bene, ma resta il fatto che, secondo Eviatar Zerubavel, il 24 settembre 1929, una settimana prima dell'entrata in vigore della nepreryvka, il Consiglio dei commissari del popolo dell'URSS modificò il progetto del 26 agosto e vi aggiunse che la nuova settimana sarebbe stata di... 5 giorni, con un giorno di riposo collocato all'interno di questi 5 giorni.
Come funzionava il sistema?
Il ciclo settimanale di 7 giorni viene sostituito da un ciclo di 5 giorni senza un medesimo giorno di riposo «settimanale» per tutti. I giorni di riposo vengono distribuiti a caso: alcuni si ritrovano con il lunedì, altri con il martedì, altri con il mercoledì..., in modo che il lavoro nelle imprese non si interrompa più. Ogni giorno, l'80% della popolazione è al lavoro.
Il risultato è che gli operai si ritrovano a lavorare in brigate, ciascuna con un giorno di riposo fisso diverso. I giorni della settimana non portano più un nome preciso, lunedì, martedì..., ma soltanto un numero d'ordine, come mostrato nella tabella seguente.
Per distinguere le brigate, ogni giorno viene associato a un colore. Dal primo al quinto giorno i colori sono giallo, rosa, rosso, viola e verde. E, come scrive Zerubavel, si vede la gente annotare il «colore» delle proprie conoscenze in rubrica per sapere quando non lavorano.
Si possono constatare rapidamente due conseguenze di questo sistema, che sono anche quasi certamente all'origine della sua ideazione:
- Sopprimere giorni di riposo come il venerdì, il sabato o la domenica significa anche sopprimere la possibilità, per alcuni, di dedicarsi alle pratiche religiose. E questo non dispiaceva certo ai governanti dell'Unione Sovietica.
- Non dispiaceva loro neppure mettere in crisi la nozione di famiglia. Poteva infatti accadere benissimo che i membri di una stessa famiglia non avessero il giorno di riposo nello stesso momento. Perfino la Pravda, giornale ufficiale per eccellenza, si chiede: "che cosa si può fare in casa se le mogli sono in fabbrica, i bambini a scuola e nessuno può venire a trovarci?... Non è una festa se devi passarla da solo."
Aggiungiamo che la riorganizzazione della settimana trascina con sé anche una riorganizzazione della struttura annuale del calendario, che si trasforma in un «calendario universale»: 12 mesi di 30 giorni più 5, o 6 negli anni bisestili, giorni fuori mese. Questi 5 giorni sono considerati giorni festivi, e sono i seguenti:
- Giorno di Lenin dopo il 30 gennaio
- 2 giorni del lavoro dopo il 30 aprile
- 2 giorni dell'industria dopo il 7 novembre
- più l'eventuale giorno bisestile dopo il 30 febbraio.
Questo significa che il calendario gregoriano era morto?
Niente affatto. Si trovano infatti esemplari della Pravda che conservano le date tradizionali. Inoltre, come osserva Toke Norby, che ha studiato il fenomeno dal punto di vista della corrispondenza, non si trova alcuna traccia di un timbro postale che usi questa «settimana dei lavoratori». Infine, abbiamo visto che questo tipo di calendario riguardava solo una parte della popolazione, gli operai e il settore terziario.
Ma questo sistema della settimana di 5 giorni, che era piaciuto tanto a Stalin, portava in sé i semi della propria distruzione:
- Riunire l'80% della popolazione operaia nello stesso giorno significa anche fare in modo che il 20% restante non frequenti più quell'80%. Niente più riunioni comuni possibili, niente continuità nel lavoro personale che si frammenta perché bisogna pur «passare la mano» quando si è di riposo, enormi difficoltà di controllo del lavoro per gli operai specializzati. Deresponsabilizzazione sia dei quadri sia degli operai, impressione di dover sempre «rincorrere» gli altri al ritorno dal giorno di riposo.
Anche se si inventò, come in effetti si fece, un sistema ibrido per gli specialisti e per i quadri, per cui il loro giorno di riposo poteva cadere solo il 2 o il 4 giorno, il terzo serviva a «passare il testimone», e si riservavano il 1, il 3 e il 5 giorno alle riunioni, il sistema cominciò seriamente a scricchiolare.
E ciò che doveva accadere accadde. Il 23 novembre 1931, un decreto pubblicato dal Consiglio dei commissari del popolo dell'URSS sospese il sistema della settimana di 5 giorni. In pratica, fu semplicemente la sua morte.
Una strana settimana di 6 giorni
Dopo questo clamoroso fallimento della settimana di 5 giorni, si tornò forse alla settimana di 7 giorni? Neanche per sogno.
A partire dal 1 dicembre 1931 l'Unione Sovietica conobbe la settimana di 6 giorni, come si può vedere nella seguente pagina di calendario.
della Rivoluzione Socialista
1937 DICEMBRE 1937
12
sesto giorno della settimana di sei giorni
Giorno delle elezioni
al Soviet Supremo
dell'URSS
In breve, il chestidnevki, la settimana di 6 giorni, sostituì la nepreryvka.
Si cominciò anzitutto col tornare a una suddivisione dell'anno conforme a quella del calendario gregoriano. Poi si stabilì che ogni sei giorni vi sarebbe stato un giorno di riposo. I giorni continuavano a non avere nome e restavano numerati. I giorni di riposo venivano quindi fissati al 6, 12, 18, 24 e 30 di ogni mese.
Poiché nulla era definito chiaramente, il 31 era talvolta lavorativo e talvolta festivo. Spesso il 1 marzo era festivo per compensare un inesistente 30 febbraio. Ma capitava anche che, in certi luoghi, ci fossero 9, e addirittura 10 nel 1936 e nel 1940, giorni lavorativi consecutivi tra febbraio e marzo.
Come il suo predecessore di 5 giorni, anche questo sistema non ebbe grande successo, e il 26 giugno 1940 il Presidium del Soviet Supremo pose fine al chestidnevki e tornò alla cara vecchia settimana di 7 giorni. Si arrivò perfino a ristabilire ufficialmente la domenica come giorno di riposo. Lo spirito religioso aveva vinto.
Questa volta, con qualche secolo di ritardo, il calendario gregoriano era davvero nato nell'Unione Sovietica.
E, come osserva giustamente Eviatar Zerubavel, la popolazione rurale ebbe un ruolo notevole nel mantenimento della settimana di 7 giorni. Prima di tutto per spirito di sfida; inoltre perché non era direttamente coinvolta in un sistema pensato soprattutto per l'industria.